Mai come adesso, chi fa impresa è consapevole dell’importanza dell’innovazione e del fatto che essa non possa essere pensata in modo separato dalla sostenibilità. Entrambe, innovazione e sostenibilità, sono le chiavi per creare il valore di un’organizzazione e parliamo non solo di grandi aziende, ma anche di piccole e medie imprese. Sono cruciali per la resilienza ai molteplici e sempre più rapidi cambiamenti in atto e per gli obiettivi sfidanti posti dall’Europa, ad esempio, nel PNRR. Poter accedere a soluzioni innovative che migliorano la sostenibilità, significa anche generare entrate per un’impresa.
La conseguenza logica di tale ragionamento è che l’innovazione deve essere approcciata in modo sistemico e consapevole, basato sulla conoscenza delle norme e degli standard che la regolano, come, per esempio la ISO 56002 “Innovation management - Innovation management system - Guidance”, il primo Standard internazionale sui sistemi di gestione dell’innovazione, pubblicata il 15 luglio 2019 dall’International Organization for Standardization (ISO).
Implementare un sistema di gestione è dunque cruciale ed è il primo passo per integrare l’innovazione a tutti i livelli di un’organizzazione, per cogliere e creare opportunità per lo sviluppo di nuove soluzioni, sistemi, prodotti e servizi.
Benché si applichi a diversi tipi di attività, dalla creazione di prodotti e servizi, a modelli di business e all’innovazione organizzativa, in ogni tipologia di organizzazione, tuttavia vien da chiedersi: può un’azienda gestire in modo integrato l’innovazione?
La sostenibilità aziendale e la corporate governance alle sue spalle sono l’insieme di una serie complessa di attività e di professionalità, delle loro interazioni nello spazio (il contesto) e nel tempo: un insieme in grado di coniugare le tre principali dimensioni dello sviluppo sostenibile (ambientale, sociale ed economica) di un’organizzazione.
È opportuno ricordare che la sostenibilità non solo va raggiunta, ma continuamente mantenuta.
Negli ultimi anni molte imprese, specie le più grandi, hanno optato per l’adozione della sostenibilità quale modello gestionale e si stanno prodigando affinché anche le PMI, per lo meno quelle delle rispettive supply chains, capiscano l’importanza di questa strategia e la facciano propria.
Con gli anni le imprese sono state chiamate a svolgere un ruolo sociale sempre più marcato e ad essere sempre più consapevoli e responsabili in relazione agli impatti sociali e ambientali generati dalle proprie attività, attraverso un comportamento etico e trasparente che possa “contribuire allo sviluppo sostenibile, inclusi la salute e il benessere dell’ecosistema sociale e ambientale con il quale l’impresa, «sistema aperto» reagisce; tener conto delle aspettative degli stakeholder; garantire conformità alle leggi applicabili e alle norme internazionali di comportamento; essere integrato e coerente su tutta la catena del valore” (Libro Verde della Commissione della Comunità Europea, 2001).
Sono questi i trend che emergono da vari studi, che mostrano come l’impegno nella sostenibilità e in Corporate Social Responsability si traduca in una maggiore produttività e competitività e, in definitiva, in una maggiore resilienza: trend sui quali si sono innestati di recente anche i grandi player finanziari, che stanno spostando sempre di più i propri capitali su investimenti sostenibili.
Sostenibilità, oggi, vuol dire quindi andare oltre la dimensione prettamente ambientale che ha caratterizzato la nascita del concetto, per superarla, integrandola, e sviluppare un approccio di sistema che consideri ambiente, economia e società come tre aspetti così profondamente interconnessi da non essere presi in considerazione singolarmente.
I risultati di questa presa di coscienza si vedono - all’atto pratico - nei report che le grandi società pubblicano annualmente sui propri siti: attraverso l’analisi dei capitali, infatti, tali aziende mirano a comunicare l’integrazione esistente e necessaria, fra (le molteplici sostenibilità) gli aspetti economici, quelli socioculturali e ambientali, all’interno dei rispettivi processi decisionali.
I cinque principali capitali - componenti imprescindibili e interconnesse delle sostenibilità - sono:
1) oltre al capitale naturale, che riguarda tutti i processi e le risorse ambientali che contribuiscono alla produzione dei servizi offerti dall’azienda e coinvolge anche i consumi e l’efficienza nella gestione delle risorse, compresa l’energia necessaria,
2) il capitale umano, che è costituito non solo dalle competenze, dalle capacità e dalle esperienze delle persone che lavorano nell’azienda, ma dalle soft skills, le competenze trasversali che consentono l’analisi e la contestualizzazione;
3) il capitale sociale e relazionale, che indica la capacità dell’azienda di creare relazioni virtuose con gli Stakeholder (interni ed esterni), di condividere il valore al fine di aumentare il benessere individuale e collettivo, e richiede una competenza (trasversale) comunicativa in grado di garantire la comprensione del testo nel contesto;
4) il capitale finanziario, l’insieme delle risorse economiche impiegate nei processi produttivi che assicurano i necessari flussi di cassa al fine di garantire gli investimenti, la gestione delle infrastrutture e il raggiungimento degli obiettivi di crescita e diversificazione;
5) il capitale manifatturiero, l’insieme degli immobili - dalle infrastrutture ai mezzi fisici (impianti, macchinari, etc.) utilizzati per la produzione, delle innovazioni tecnologiche, e in generale dei processi aziendali utilizzati per generare valore: gli asset dell’azienda.
Nel nuovo contesto, le tecnologie digitali, l’HSE manager o nuove figure come gli Innovation Manager avranno un ruolo fondamentale.
Le nuove tecnologie, in sostanza, saranno al servizio di una sostenibilità a tutto tondo; sostenibilità digitale vuol dire, infatti, comprendere:
- da una parte come le tecnologie possano diventare strumenti di sostenibilità,
- dall’altra come esse stesse ridefiniscano dinamicamente scenari, modelli e contesti economici, ambientali e sociali.
In altri termini, il digitale non è soltanto strumento di sostenibilità, ma interagisce con ambiente, economia e società ridisegnandone il contesto e determinandone gli impatti sui modelli di business, così come sul senso stesso delle aziende, dei consumatori, del mercato.
HSE Manager e Innovation Manager rappresentano il management del futuro e le soft skills sono e saranno sempre più il fulcro della loro attività.
Compito dell’HSE manager è quello di valorizzare i fornitori e i consulenti: gli esperti ambientali, infatti, operano già nel mercato del lavoro, ma per motivi economico-culturali non sono mai stati messi nelle condizioni di lavorare in modo efficace.
Il lavoro dei green manager, infatti, deve essere implementato: il responsabile del sistema di gestione (che sia, o meno, certificato), il quale ha il compito di tradurre in procedure le direttive dell’alta direzione, deve circondarsi di una serie di figure operative - ognuna delle quali può fornire una peculiare forma di consulenza ambientale - in funzione delle specifiche caratteristiche dell’azienda nella quale opera, e delle circostanze di fatto e/o progettuali nelle quali si trova:
- consulenza giuridica, innanzitutto: la compliance normativa è alla base di ogni scelta aziendale;
- consulenza tecnica: nella preparazione di un progetto, di un’istanza, di un ricorso - questi sono solo alcuni degli esempi che si possono fare - è indispensabile l’aiuto di uno specialista (ingegnere, chimico, biologo, …) in grado di tradurre in pratica gli obblighi di legge, di ideare nuovi processi più efficienti, di spiegare (e contestualizzare) al giurista il dato tecnico, accanto a quello giuridico, per poter tradurre in “giuridichese” gli aspetti tecnici, contribuendo anche per questa via alla contaminazione professionale tipica di chi opera nel settore ambientale.